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Il grido dell’Amazzonia

È un titolo che dice ancora poco rispetto a quello che sta succedendo nel grande polmone verde del mondo. Distruzione, disboscamento per far posto all’allevamento, alla monocultura di soia o canna da zucchero, per togliere ricchezze a questa immensa risorsa distesa su 9 paesi latinoamericani, principalmente Brasile. Sembra che il mondo non si accorga - o meglio, non voglia accorgersi - che il patrimonio dell’Amazzonia è unico e una volta perso le ripercussioni saranno senza ritorno. La distesa boschiva amazzonica, grande più dell’Europa, è già interamente disboscata per un 17%. E una stessa percentuale è in fase avanzata di disboscamento, se qualcuno non interviene, con leggi anche sovrannazionali, a fermare la voracità degli interessi in gioco. Il grido dell’Amazzonia è il grido dei suoi abitanti: indigeni, comunità quilombolas (afrodiscenenti), ribeirinhas (che vivono lungo i fiumi) che con questa terra vivono da sempre in armonia, coniando il termine “florestania”, cittadinanza della foresta, che vuol dire diritti e doveri dei popoli che vivono a contatto con la foresta.

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